sábado, 16 de maio de 2015

Conosciamo De Rose Primo cliff diver italiano


Alessandro De Rose sarà il primo cliff diver italiano a partecipare ai campionati mondiali FINA nei tuffi dalle grandi altezze, specialità inserita nel programma iridato a Barcellona 2013 con le esibizioni dal Moll de la Fusta. Appuntamento a Kazan lunedì 3 e mercoledì 5 agosto prossimi.
Cinque tentativi da una piattaforma di 27 metri; un po' come tuffarsi da un palazzo di nove piani per un volo di circa tre secondi, per 15 metri di evoluzioni acrobatiche tra avvitamenti, raggruppamenti e carpiati e un atterraggio a poco meno di novanta chilometri orari in un bacino d'acqua. Il rischio è rompersi tutto ciò che si immagina a meno che non si riesca ad entrare con un "lele kawa", come nelle Hawaii definiscono l'entrata in acqua di piedi senza troppi schizzi e dove la leggenda narra sia nata la specialità.
La selezione iridata è avvenuta nel corso della seconda edizione della coppa del mondo, a Cozumel, in Messico, il fine settimana scorso. Tra i 32 atleti in gara - in rappresentanza di Brasile, Bielorussia, Bulgaria, Canada, Colombia, Spagna, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Messico, Polonia, Russia, Ucraina e Stati Uniti - Alessandro De Rose si è piazzato al sedicesimo posto con 404,25 punti alle spalle del campione in carica, noto a tutti, il colombiano Orlando Duque (565,80 punti), con il russo Artem Silchenko (559,55 punti) e lo statunitense Steve Lobue (553,80) a completare il podio.
Tuffatore cosentino, da due stagioni alla Trieste Tuffi Edera 1904, Alessandro De Rose compirà 23 anni il prossimo 2 luglio. In Italia è l'unico cliff diver, almeno per ora.
Come è nata questa passione?
"Mi sono avvicinato al mondo dei tuffi a cinque anni; avevo problemi di peso e dovevo correggere una leggera scoliosi. Dopo un provino, il mio primo allenatore a Cosenza, Gaetano Aceti, mi fece fare un pennellino dal bordo e mi chiese se volessi provare. Da lì non ho più smesso e sono salito sempre più su".
Il primo tuffo dalle grandi altezze arriva a 17 anni, dopo un periodo difficile. La morte del padre a 14 anni. Qualche problema economico di troppo. Una parentesi a Londra con tatoo per ricordare le esperienze di vita.
"Avevo 17 anni e avevo trovato lavoro come tuffatore al parco acquatico 'Zoo Marine', vicino Roma. Alcuni colleghi si tuffavano dai 20 metri e mi dissero che la paga era più alta. Così ci ho provato ed è stata un'ebbrezza a cui non ho più rinunciato. La gente che ti acclama, le urla quando esci dall'acqua. Poi è nata una sorte di competizione con un mio collega. Si chiama Jonathan ed un giorno mi disse che non sarei mai diventato bravo come lui. Allora ho cominciato a perfezionare i barani, il doppio, poi il triplo; ho cominciato a vedere i video di Orlando Duque e Gary Hunt, leggende del circuito Redbull, pensando di non raggiungere mai il loro livello. Invece un giorno mi hanno invitato al Marmeeting di Furore e ho capito che i tuffi dalle grandi altezze sarebbero diventati il mio sport".
Come definiresti la disciplina?
"Una botta di adrenalina unica; dopo la prima volta non puoi più smettere e cerchi di salire sempre un po' di più. E' una droga che non fa male. Non siamo fenomeni da baraccone. La nostra preparazione è meticolosa. Nulla è lasciato al caso. Non è facile perfezionare la parte di volo e di entrata in acqua da quella altezza. Sei tu, la natura e l'acqua. Sei artefice del tuo volo. Nel bene e nel male".
Come si svolge l'allenamento?
"La mia allenatrice è Nicole Belsasso; è anche la mia ragazza. Il nostro legame mi aiuta a fidarmi di più. So che mi vuole bene e non mi farebbe mai compiere evoluzioni pericolose. Conosce i miei limiti e interpretiamo la disciplina nello stesso modo a livello tecnico, anche se lei non si è mai tuffata da grandi altezze. In termini pratici cerchiamo di scomporre il tuffo in tre fasi, saltando dalla piattaforma, e poi proviamo a ricomporlo in fase di esecuzione. Mi alleno al centro federale di Trieste sei giorni a settimana, ripetendo obbligatori e liberi, e tre giorni abbino sedute di palestra. Per allenarmi tra la natura sto pensando di andare ad AREA 47, nel Tirolo austriaco, dove all’entrata della Ötztal si trova un’area di 66 mila metri quadri dedicata ad attività sportive estreme e vi sono torri di salto da 5, 10, 15, 20 e 28 metri".
Quale sarà la routine per i campionati mondiali?
"Penso di portare sicuramente la verticale indietro con due salti mortali indietro e triplo avvitamento; poi devo scegliere tra il triplo avanti con doppio avvitamento e mezzo e il doppio indietro con quadruplo avvitamento. Il programma prevede due obbligatori con coefficiente massimo da 3,8, un intermedio da 4,3 e due liberi. Diciamo che prediligo gli avvitamenti".
Quante ripetute è possibile fare dalla piattaforma di gara?
"Non più di cinque tuffi al giorno se desideri svolgere un allenamento intenso. Se vuoi svilupparlo lungo una settimana, non più di tre tuffi al giorno; altrimenti poi sei costretto ad usare una sedia a rotelle per camminare".
Quali sono i pericoli da scongiurare?
"Il vento e l'insicurezza. Bisogna valutare attentamente le condizioni di gara e non essere preda del nervosismo. Occorre freddezza. Tirare un bel sospiro e lasciarsi andare. Vietati gli strani pensieri. Se sali su e sei incerto è meglio scendere".
A chi lo consigli e a chi lo sconsigli?
"Lo consiglio a tutti i tuffatori senza nessuna esclusione. Una volta provato non lo lasci più. In fondo non c'è nulla di diverso dai tuffi ordinari. Hai solo più tempo per preparare l'impatto. Anzi, paradossalmente è anche più facile. Io non so eseguire rovesciato e ritornato dalla piattaforma. Lo sconsiglio agli insicuri. Se temi di farti mali, te ne farai".
Mai pensato di abbinare l'attività dalla piattaforma?
"Potrebbe anche farmi bene, mi aiuterebbe a migliorare a livello tecnico, ma non ho voglia. Il cliff diving è più facile, più emozionante e più avventuroso".
Quanti cliff divers ci sono in Italia?
"C'è Alessandro De Rose. Per il momento sono ancora un pioniere, un po' come Orlando Duque più di venti anni fa, quando ancora non ero nei pensieri di mia madre. Però l'interesse aumenta e mi fa piacere poter promuovere la disciplina e magari trovare un compagno di allenamenti".
A proposito di mamma, ma come vive la tua scelta?
" Poco prima di tuffarmi per la prima volta dai 20 metri le ho telefonato e, anziché augurarmi l'in bocca al lupo, mi ha dato dello stupido. So che è orgogliosa ma ancora non è venuta a vedere una mia gara".
Finora qual è la più bella soddisfazione della tua carriera?
"Proprio in coppa del mondo, a Cozumel, lo scorso weekend. Era la prima gara a cui partecipavo dopo sette mesi. Sono abbastanza soddisfatto della prestazione, ad eccezione dell'ultimo libero a cui sono arrivato stanco. Ho ricevuto i complimenti dal presidente della Federnuoto Paolo Barelli, della leggenda Klaus Dibiasi, del dirigente Marco Bonifazi e tante attenzioni. Mi sono sentito importante: è bello sentirsi coccolati come se fossi davvero bravo".
Che differenza c'è tra le competizioni FINA e quelle Redbull?
"L'organizzazione FINA trasmette competenza e sicurezza. Ci tuffiamo da strutture in tubi innocenti e bacini chiusi. Le piattaforme del circuito Redbull si adattano al paesaggio, spesso sono montate su rocce. Non c'è certezza dell'altezza, intorno ai 28 metri, e delle condizioni ambientali. E' spettacolare comunque; cambiano i paesaggi".
Mancano 82 giorni all'esordio iridato. Alessandro De Rose è già nella storia della Federnuoto. In bocca al lupo!


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